Perpetual Groove

Bobby Watson

COD: 284-1 Categorie: , ,

1. Cherokee (R. Noble)
2. Mr. P.C (J. Coltrane)
3. Perpetual Groove (B. Watson)
4. Oleo (S. Rollins)
5. Blue ’N’ Boogie (D. Gillespie, F. Paparelli)

Bobby Watson, alto saxophone, soprano saxophone
Piero Bassini, Piano
Attilio Zanchi, Bass
Giampiero Prina, Drums

Recorded live at Scimmie, Milano, Italy
December 7-8, 1983
First edition (1984) produced by Sergio Veschi and Alberto Alberti
Art Direction: Marco Pennisi
Photos: Elena Carminati
Remastered by Rinaldo Donati at Maxine Studio, Milano
Executive Producer: Marco Pennisi / Ehm Srl

Questo è un disco importante, perché fotografa in modo plastico e molto riuscito un preciso momento della storia del jazz.
La novità degli anni Ottanta è che anche gli orgogliosi inventori americani del jazz si mostrano disposti a conversare con gli europei da pari a pari, non più da una posizione di superiorità. Tanti echi di questa nuova realtà, complessa, contraddittoria e stimolante, sono presenti in Perpetual Groove. Il suo protagonista Robert Michael “Bobby” Watson Jr. è un sassofonista esuberante e ferratissimo, che ha appena compiuto trent’anni (è nato a Lawrence, nel Kansas, il 23 agosto 1953) e si è fatto conoscere proprio nei Jazz Messengers di Art Blakey, gruppo nel quale ha militato come solista e direttore musicale per quasi cinque anni, fra il 1977 e il 1981; qui, dal 1980, ha suonato sera dopo sera al fianco dell’emergente Wynton Marsalis, che ha otto anni meno di lui. Perpetual Groove si apre e si chiude su due schiette memorie parkeriane: un fervido, chilometrico Cherokee che naturalmente echeggia (anche nella frenesia metronomica) la variante realizzatane da Parker nella prima seduta a suo nome, Koko; e un altro grande incunabolo del bebop, Blue ’n’ Boogie, che al contrario si svolge in una manciata di secondi e serve come vetrina per i saluti finali del gruppo.
Buona parte del disco, in verità, è dedicato a due omaggi che riguardano figure un po’ più vicine a noi, nello sviluppo storico del jazz: Sonny Rollins e John Coltrane, anche loro sassofonisti, autori rispettivamente di Oleo e di Mr. P.C.. Con essi il richiamo al bebop si amplia ma certo non si stempera. Watson si muove con olimpica elasticità attraverso le strutture cardine del jazz moderno, il blues del brano coltraniano (nel quale adotta il sassofono soprano come ulteriore richiamo al maestro di My Favorite Things) e i rhythm changes (ovvero la struttura armonica di I Got Rhythm) che costituiscono l’ossatura di Oleo.

Tutto dunque sembra rimandare all’ortodossia, ma il percorso è più sottile e la musica di Watson possiede una porosità attraverso la quale respira l’attualità. Spesso è un elemento giocoso che magari emerge all’aprirsi o al chiudersi dei brani: così l’avventurosa apertura solitaria di Cherokee o quel suono da sirena navale che svetta nella coda del brano, intrecciato ad altre frasi più funky. Oppure (e qui il richiamo, sapiente, è interno al mondo musicale coltraniano) il lungo, liberissimo duetto sax soprano/batteria che illumina la parte centrale di Mr. P.C.; o ancora la deformazione politonale del tema di Oleo. Tutto confluisce, naturalmente, nel brano che è posto strategicamente al centro dell’album e gli dà il titolo. Perpetual Groove è un tour de force per solo sassofono il cui titolo già dice tutto: “perpetuo” nell’ossessivo ricorso alla respirazione circolare, acceso dal “groove” della grande tradizione afroamericana; una quadratura del cerchio, stilisticamente parlando, che evoca Roland Kirk e Roscoe Mitchell, i work song e il minimalismo, la profondità della riflessione intima e la spersonalizzazione della musica industriale.
Perpetual Groove resta unico nella sua sorprendente freschezza.

Claudio Sessa