SWEET BEAT BLUES

Project Info:

 

CARLO ATTI, T. SAX

HAL GALPER, PIANO

JEFF JOHNSON, BASS

STEVE ELLIGTON, DRUMS

 

www.carloatti.com/

http://www.jazzitalia.net/articoli/Int_CarloAtti.asp

www.myspace.com/emanuelebasentinicarloattiquintet

Carlo Atti & Hal Galper Trio: Sweet Beat Blues!
Certo il nostro Carlo Atti non è di quei tenori che Jack Kerouac trovava a N.Y. nei tardi anni '50 e che descrisse appunto in Scene da N.Y. ne "L'ultimo vagabondo americano" (tr.it Oscar Mondadori, 2002). Sentite qui (p.141): - Il Five Spot è poco illuminato, ha camerieri strani, sempre buona musica, a volte John "Train" Coltrane fa piovere dal suo sax tenore note ruvide su tutto il locale. / No, se parliamo di grandi sento in Carlo quella levità e quel gusto per la pronuncia fine e la nota ben scelta più vicini a un Lester Young che pure - dice sempre Kerouac - "ha suonato lì [al Five Spot] prima di morire e tra una sessione e l'altra si sedeva in cucina nel retro". / "A fine effort" dice di lui Scott Yanow su AMG, "his phrases flow smoothly into each other", notando che il suo stile e il suo sound talvolta attingono a Dexter Gordon e a Sonny Stitt e definendolo "a straight-ahead bebopper". / In questo CD registrato a Bologna (Grassilli Sound Studio) nel gennaio del '97 Carlo è al suo esordio con la RED. Dopo collaborazioni con Miguel Bosé, Rossana Casale, Lucio Dalla, Gianni Morandi, qui egli trova solido sostegno nel pianista Hal Galper e nella ritmica Jeff Johnson (b.) e Steve Ellington (d.). / Hal Galper viene dalla Berklee, dove ha studiato nei tardi anni '50, e da collaborazioni con CannonBall Adderley (1973-1975), Lee Konitz, John Scofield. Soprattutto era il pianista nel quartetto o quintetto di Phil Woods negli anni '80 [Integrity, RED, 1984]. Ha un drive poderoso, un tocco robusto ma non greve, fraseggio nitido, grande esperienza. Quanto a Jeff Johnson, tra il 1994 e il 1999 ha lavorato con Hal Galper in cinque album, dopo averne incisi sei con un'altra pianista, Jessica Williams. Steve Ellington ha suonato con Hampton Hawes, con Art Farmer, con Dave Holland, con Sam Rivers. Già questi nomi... / Il CD RED presenta vari standard più un non celebre Douje di Wes Montgomery e uno Sweet Beat Blues di Hal Galper che gli dà il titolo. Ottimo per un ascolto attento, regge bene anche in sottofondo, e questo a parer mio la dice lunga. Tra tutti i pezzi presentati apprezzo particolarmente l'Ask Me Now di Monk per l'esposizione limpida che Carlo dà del tema, e When Sunny Gets Blue condotto con levità in tempo di bossa nova. / Ovviamente è questo il territorio in cui Hal e i suoi si muovono ad occhi chiusi. Scrive G.Gualberto nelle liner notes: - Il loro è un jazz moderno, anzi è quello che gli americani definiscono Classic Jazz, eseguito con classe sopraffina, grande charme, profondità e sapienza espressiva, grande relax, belle sonorità, assoli che si snodano con rigore, eleganza, senso compiuto della forma e della costruzione musicale, e che coniuga ragioni espressive e musicali come raramente capita di ascoltare. / Gli standard sono il serbatoio, il patrimonio, la ricchezza. Un filone inesauribile, una terra da esplorare in lungo e in largo. Infatti "chi si chiede - aggiunge G.Gualberto - perché mai un giovane talentoso abbia deciso di esplorare vie che appaiono già battute, si pone una domanda banale perché per sua natura e per i suoi legami con la propria (e con l'altrui) tradizione, l'improvvisazione jazzistica non conosce il compiutamente esplorato". / Un po' come i "nostri" classici latini e greci oppure i grandi autori filosofi, di continuo ritradotti e riproposti. / Carlo non si offenda, se mai legge queste note. E' lui infatti un ottimo lettore/esploratore nel solco della tradizione. Ha un fraseggio "ricco e rilassato", un gusto prezioso per la nota giusta al posto giusto, classe da vendere ecc. Però, come già osservai tra me qualche anno fa - era l'estate del '98 o del '99 - dopo una sua pur pregevole esibizione a Padova all'aperto, in Golena San Massimo, per imporsi veramente come leader, per valorizzarsi come veramente merita, gli manca o non ha ancora sviluppato quella sonorità robusta, quel "corpo di suono" da Jazz Club U.S.A. di cui invece abbonda al piano Hal Galper o al sax tenore il "vecchio" Gianni Basso, per non dire di Jerry Bergonzi o di George Garzone. / Lungi da me l'idea di fare critiche! Buona fortuna a Carlo! Frequentare ancora musicisti come quelli del trio che lo sorregge in Sweet Beat Blues gli farà solo bene!

 

Un tortellino in salsa americana
La prima volta che ho ascoltato questo disco, era ancora in embrione. Registrato malamente su di un nastro magnetico e ascoltato su un pessimo impianto. A farmi da guida e a tessere le lodi di Carlo Atti fu, in quella occasione, Alberto Alberti. Un vero e proprio blinfold test. Ascoltai “Groovin’ high” e Alberti mi chiese di che nazionalità fosse il sassofonista. Ora so che è Carlo Atti, giovane, bianco e italiano ma, allora, pensavo fosse un musicista americano, per di più di colore. Confermo quella mia impressione e ne rimango, ogni volta che ascolto questo disco, stupito. Giovane tenorista nato in un paesino della Bassa emiliana, Atti è cresciuto nelle cantine e nei club di Bologna, nei festival della sua regione, cimentandosi nelle jam session e conquistandosi sul campo il rispetto e la stima dei colleghi. Con il trio di Hal Galper (Jeff Johnson bass, Steve Elligton bass e naturalmente Hal Galper al piano) debutta per la rossa milanese con questo straordinario “Sweet beat blues” cimentadosi in un repertorio che gli calza a pennello. Un suono tradizionale e una scelta di standards che potrebbe sembrare fuori moda. Ma noi, crediamo, che pezzi come: “Groovin’ high” o “Ask me now” rappresentano ancora il miglior banco di prova per chiunque voglia avere a che fare con questo genere musicale. E allora, Carlo Atti è antico, è fortunatamente “vecchio”. Ci vuole coraggio ad incidere oggi, un cd, nel quale far suonare la musica di Gillespie, Monk, Montgomery e proporsi al pubblico come giovane musicista. Ma ci vuole altrettanto coraggio ad ignorare questa tradizione e a proporsi come jazzista. Ben vengano, dunque, i giovani musicisti che suonano in maniera ortodossa, ben vengano soprattutto quando la musica è suonata in maniera magistrale. Carlo Atti e Hal Galper, come si legge nelle note di copertina, «… vanno diritti per la loro strada. Il loro è jazz moderno, anzi è quello che gli americani definiscono classic jazz, eseguito con classe sopraffina, grande charme, profondità e sapienza espressiva, grande relax, belle sonorità, assoli che si snodano con rigore, eleganza e che coniuga ragioni espressive e musicali come raramente capita di ascoltare». (charliep)


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