PARADOXA

Project Info:

SALVATORE BONAFEDE, PIANO

PINO DI MODUGNO, ACCORDION

VITO DI MODUGNO, ORGSAN HAMMOND B3

PIETRO CIANCAGLINI, BASS

LORENZO TUCCI, DRUMS

 

LISTEN AND DOWNLOAD:

https://producer.believedigital.com/viewAlbum.php?id=20267

L'assoluta originalità delle trame musicali di Salvatore Bonafede si era già rivelata in Ortodoxa (Red Records 123294): un quintetto classico, con sax, tromba e ritmica alle prese con una musica talmente personale da renderne difficile la descrizione, per mancanza di termini di paragone: jazz e para-jazz, afro-americana e afro-mediterranea.

Paradoxa si rifà evidentemente a quel disco, nel titolo. C'è anche qualche altra liaison, nel personale (Ciancaglini) e nella musica: lo stralunato e intimista Charlie Chaplin avrebbe fatto la sua bella figura nel programma di dediche del precedente disco. Ma per il resto, Paradoxa è un'opera ancor più originale, ancor più unica, destinata non a fare gruppo con dell'altra musica ma a distinguersi da tutto quanto abbiamo ascoltato, almeno sino a oggi. Insomma, un'evoluzione del teorema Bonafede, secondo il quale se l'organico strumentale è noto la musica sarà sicuramente sorprendente: se la strumentazione è già in sé sorprendente la musica sarà per lo meno una rivelazione.

Lo spunto paradossale all'origine di questo disco è appunto l'organico, con fisarmonica, organo Hammond, pianoforte e contrabbasso: una serie di sovrapposizioni in cui il pianoforte dovrebbe elidere l'organo, l'organo il basso, la fisarmonica l'organo e via assortendo. L'unico strumento che non ammette rivali è la batteria. Ma il paradosso non è il caso e dunque l'originalità dell'organico non è cosa bizzarra: Bonafede ha pensato e arrangiato le musiche appositamente per questi strumenti, stimolato dal desiderio di suonare con Pino Di Modugno. Il punto focale del disco sembra infatti l'accostamento delle idee di Bonafede e della straripante e spontanea musicalità di Di Modugno senior.

Il segno particolare di Paradoxa è quello di contenere una scrittura musicale che suona familiare nelle parti, ma che nell'insieme appare del tutto innovativa: il piacere di riconoscere sommato al brivido della scoperta. Ed ecco, dunque, la musica.

Se Bonafede ne ha tratteggiato il tema vorrà dire che era possibile farlo. Se Pino Di Modugno l'ha suonato, vorrà dire che anche questo era possibile. Nel titolo e la sostanza, Art of the Possible, celebra appunto la capacità di rendere concreto ciò che in musica, sino a un gesto prima, era semplicemente impensabile. La versione 'sintetica' di Art of the Possible che apre il CD non è che una specie d'introduzione a Capa aizata, un'ostinazione d'accordi pianistici dai quali emerge un tema che ha il profilo della costa siciliana. Il disegno ritmico di Tucci è swingante nel senso più jazzistico, ma è anche opera di un fantasista che, prima di dare le coordinate del tempo, ascolta le cose 'inaudite' che lo circondano. Alla fisarmonica il compito di mettere fuori fuoco la musica, come una linea d'orizzonte che si cuoce nel sole estivo, mentre l'Hammond crea il giusto groove mentre esprime il dark side of the possible.

Poi, tutta una serie di brani nei quali convive l'impossibile: Clandestino è soul blues, marcia o ballo? I soli e il ritmo si muovono elasticamente tra tutte queste possibilità, in un brano terribilmente intelligente sotto la sua aria scanzonata. Elogio della ragione perduta è arioso ma inquieto, ti lascia spazio ma sembra che ti stia addosso: paradossale matrimonio tra eccitazione e relax. Quadro è una spleen-track, di quelle che solidificano tutte le emozioni latenti in chi ascolta: piena libertà melodica concessa a Pino Di Modugno, con Tucci che pare disegnare la mappa ritmica di uno spazio ancora inesplorato. Quanto ai versi pronunciati da una voce mai prima d'oggi sentita su disco (Mr. SV!!!), che dire: spiegano una vita dedicata al jazz. Anzi: tutte le vite dedicate al jazz. E proprio nel momento in cui le produzioni Red iniziano a esplorare nuovi territori jazzistici.

Pigolio di stelle è la musica che tutti vorremmo ascoltare tra le braccia del nostro amore, con la sua intro di fisarmonica che si fa ballad swingata, una ballad come si facevano una volta, ma con un colore strumentale come solo oggi lo si può pensare e il passo robusto e morbido al contempo. Non tutti i giorni sono uguali: avete presente quelle giostre che ruotano così vorticosamente che vi chiedete come la gente possa stargli sopra? Beh, qui ci stanno sopra e ci suonano pure! Come cavalcare un siluro… che si conficca in Cold Gold, in cui è magnificata la voce il basso di Ciancaglini, qui vero melodista del ritmo.

In quello che rimane da ascoltare c'è di che spassarsela: Domani andrà meglio ha un'overture ritmica da Tropico di Mondello, mentre Charlie Chaplin è l'episodio poetico che prelude all'episodio viscerale di Don't Mind Them: un vero rodeo ritmico, bluesy e pure country nei timbri dell'organo e la fisa. Peccato che non esista un festival di Woodstock anche per il jazz. Specie di pendant a Don't Mind Them, l'epico e soulful God Will Provide necessiterebbe di una guest star: Joe Cocker, probabilmente. I bordoni della fisarmonica e il pianoforte, sembrano infine tirare la musica verso l'uscita, in Un bel tacer non fu mai scritto: un prisma che riflette Sicilia e Argentina come due facce di uno stesso continente.
Daniele Cecchini

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