ESTATE

Project Info:

 

PIERO ODORICI, TENOR SAX
SANDRO GIBELLINI,
GUITAR
MARCELLO TONOLO,
PIANO
MARCO MICHELI,
BASS
FABIO GRANDI,
DRUMS

1. Reza(Edu Lobo/Ruy Guerra)
2. Estate (Martino/Brighetti)
3. Gingerbread Boy (Jimmy Heath)
4. Limehouse Blues (Braham/Furber)
5. I Thought About You (Mercer/Van Heusen)

RECORDED LIVE AT TRENZANO JAZZ FESTIVAL - JULY, 11 2002

www.myspace.com/pieroodorici

PIERO ODORICI - Estate - Liner Notes
Davanti a un disco come questo, si sarebbe tentati una volta di più di seguire il saggio consiglio di Miles Davis e chiedersi a cosa servono le note di copertina. La musica  - questa musica, in particolare – parla benissimo da sola, e riesce a farsi capire alla perfezione. Ancora di più, in questo caso, perché Estate arriva alle orecchie dell'ascoltatore domestico dopo aver superato l'arduo test del pubblico pagante: l'album riporta, infatti, le parti essenziali di un applaudito concerto tenuto nel luglio 2002 al Festival del Jazz di Trenzano, un piccolo paese della bassa bresciana che per il terzo anno presta un occhio di riguardo al jazz italiano di matrice hardboppistica. La soddisfazione degli astanti è, difatti, perfettamente udibile al termine di ciascuno dei cinque lunghi brani di cui è composto il set; e, quindi, l'estensore delle note di copertina potrebbe limitarsi a catalogare il disco come un ottimo esempio di serata da club, con i musicisti in buono stato di forma, temi famosi e ben interpretati, coesione di gruppo, swing da buttare via, insomma tutti gli elementi più comuni (e abusati) presenti nel bagaglio di chi scrive di jazz.

In realtà, qualcosa resta ancora da dire sulla musica e sui musicisti. Ci troviamo davanti a cinque jazzisti profondamente innamorati (devoti, sostiene Sergio Veschi, e c'è da dargli ragione) della musica che suonano, che ripropongono ogni volta con sincerità e partecipazione. Non si tratta di revival, come qualcuno potrebbe pensare, perché l'imprinting boppistico di Odorici e compagni è così marcato da far immediatamente escludere un'adesione di convenienza a forme stilistiche ed espressive non vissute come proprie. La profonda conoscenza del modern mainstream che trasuda da questi brani rivela l'identificazione totale, ma non pedissequa, di Odorici con i grandi esponenti del sassofono: in questo caso, un George Coleman, un Joe Farrell, un John Coltrane. In più, la dimensione live riveste queste esecuzioni di un'amabilità, un'attenzione ai dettagli, una voglia di dialogo non tanto comuni in prodotti discografici assai più levigati esternamente ma, forse, dotati di minor calore umano.

Da questo punto di vista, quindi, è importante che anche una serata come questa – che non era stata organizzata, si presume, con l'intenzione di passare alla storia – sia stata ritenuta degna di rimanere memorizzata su un CD. Ogni tanto, attirati, frastornati, insidiati da questo o quel "progetto originale" che arriva sui palchi dei festival o nei negozi di dischi, e che troppo spesso dimostra di avere il respiro corto, tutti noi che ci occupiamo di jazz per mestiere o per diletto (o per tutti e due i motivi, ci mancherebbe) sentiamo il bisogno di ricaricare le batterie e tornare back to the roots, come si dice. D'altra parte, Odorici – che torna come leader su Red Record ad oltre tredici anni di distanza dal suo brillante esordio, First Play [123239] – non è esattamente un nome inflazionato nell'affollatissimo panorama discografico nazionale, anche perché i pochi album da lui guidati per altre etichette non hanno mai goduto di una distribuzione soddisfacente, malgrado la presenza di ospiti illustri come il trombettista Eddie Henderson.

Lo stesso vale per gli altri componenti del quintetto: Sandro Gibellini, come ci è già capitato di notare a riguardo del CD di Vito di Modugno,
Organ Grooves, meriterebbe di essere maggiormente valorizzato ed apprezzato; Marcello Tonolo è il più fedele partner di Odorici, fin dagli esordi di quest'ultimo, e per chi non lo conosceva (ce ne sono, purtroppo) potrà trattarsi di una bella scoperta; Marco Micheli viaggia ormai su alti livelli, tali da farlo considerare uno dei migliori contrabbassisti italiani, mentre Fabio Grandi è un batterista swingante e propulsivo, in grado anche di proporre uscite solistiche di una certa solidità.

Tutti insieme, i cinque amici hanno confezionato una serata di ottimo jazz moderno, ben dentro la tradizione senza per questo essere nostalgico, mostrando una tale comunanza di intenti da far nascere la curiosità di verificare le ulteriori e molteplici possibilità espressive di questo gruppo impegnate in un lavoro di studio.

Nel frattempo accontentiamoci di questa brillante esibizione, che mostra un volto del jazz italiano che non sempre trova adeguata accoglienza e rappresentazione sulla stampa specializzata, nei referendum della critica e nelle produzioni discografiche.
Luca Conti

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