BEDOUIN

Project Info:

PINO DI MODUGNO, ACCORDION

SANDRO GIBELLINI , GUITAR

VITO DI MODUGNO, HAMMOND ORGAN B3

MASSIMO MANZI, DRUMS

GUESTS ON 2 SONGS:SA

MICHELE CARRABBA, T. SAX

VINCENZO DE LUCI, TRUMPET

 

http://www.myspace.com/pinodimodugno

1.    Down With It (Bud Powell) 4.54
2.    The Good Life (A. Distel- J. Reardon) 7.04
3.    Mr. Smith (Pino E Vito Di Modugno - Crepuscule Siae) 5.44
4.    Intro Bedouin (Pino Di Modugno - Crepuscule Siae) 1.48
5.    Bedouin (Duke Pearson) 5.07
6.    One More Once (Michel Camilo) 4.58
7.    Here’s That Rainy Day (J. Van Heusen) 5.16
8.    Poker D’as (M. Azzola - Joe Rossi) 5.19
9.    Work Song (Nat Adderly)
4.53
10.  Residence Paradise (Pino E Vito Di Modugno - Crepuscule Siae) 7.11
11.  Bag’s Groove (Milton Jackson) 4.37
12.  My Favourite Things (Rodgers - Hart) 5.32
13.  Deep Purple (Peter De Rose) 6.03

14.  Taylor’s Coffee Blues (Vito Di Modugno - Crepuscule Siae) 6.52

 

Pino Di Modugno
di Luca Conti

Non è cosa di tutti i giorni, e in particolare nel piccolo e un po' inacidito mondo del jazz, trovarsi davanti a una situazione come quella rappresentata in questo disco.

Pensateci: un signore di una certa età – anche se ben celata da giovanile aspetto e baldanza – considerato, dopo decenni di onorata carriera nell'ambito della musica da ballo, uno dei massimi virtuosi mondiali di uno strumento tanto affascinante quanto impegnativo, che all'improvviso decide di lanciarsi in un'avventura "senza rete" e cimentarsi in un disco di jazz. E che, per aggiungere pepe all'intera faccenda, si fa affiancare da una delle migliori sezioni ritmiche disponibili in Italia (ma, a rifletterci bene, questa indicazione geografica rischia di essere fin troppo riduttiva: diciamo pure in Europa, va') e affronta, senza starci tanto a rimuginare sopra, un repertorio clamorosamente impegnativo.

Ecco, questo del repertorio è un aspetto da tenere ben presente. Il buon Pino Di Modugno non si limita a conferire una spruzzata di jazz a un pugno di esecuzioni disimpegnate, magari infilando un piede o quasi due nel facile ascolto. No. La cosa che proprio sorprende è il suo buttarsi a capofitto nel Modern Mainstream (e, addirittura, più nel modern che nel mainstream) con, in più, un entusiasmo che in certi frangenti rasenta davvero l'incoscienza. E fin dal principio Di Modugno riesce a spiazzare le attese e le previsioni dell'ascoltatore. Si prenda, ad esempio, il brano d'apertura, una ardua e forse per questo poco frequentata composizione di Bud Powell, Down with It. Partire con un brano così esplicitamente legato alle atmosfere e al linguaggio del bop (tanto da essere una parafrasi del gillespiano Bebop, che a sua volta si rifaceva a Harlem Folk Dance di Stan Kenton), significa far capire fin dal primo istante che c'è poco da scherzare, che stavolta si fa sul serio. Tanto più che la ritmica stacca un tempo aggressivo, incalzante, che lascia poco spazio a eventuali indecisioni: Hic Rhodus, hic saltus, come chiosava il vecchio Esopo.

E' un battesimo del fuoco, e dei peggiori, che Pino Di Modugno supera alla grande, e che ottiene il duplice scopo sia di garantire al sospettoso ascoltatore che il nostro fisarmonicista ha tutte le carte in regola, sia di assicurare al disco – come recita l'immortale precetto di Oscar Peterson - una partenza "a caldo" che vince e convince. In ogni caso, programmare in apertura di CD questo brano finisce per rivelarsi una saggia e lungimirante scelta produttiva. Quel che affascina, in Down with It e nel resto del disco, è che il solismo di Pino Di Modugno non è di derivazione bop e non ne fa mistero, sviluppandosi invece nel solco di una cantabilità tutta mediterranea, anche e soprattutto sui giri armonici più frastagliati. Insomma, siamo davanti a un musicista che ha qualcosa da dire, qualcosa di non consueto; che ce ne importa, quindi (anzi, meglio così), se non lo dice alla maniera delle decine, centinaia di boppers in attività.

 

Per rincarare la dose: questo disco, ruspante ma allo stesso tempo sofisticato, provinciale (nel senso, beninteso, che è nato in provincia) ma allo stesso tempo glocalizzato, è un potente antidoto al conformismo e all'anonimato che serpeggiano da un pezzo nei lettori CD di mezzo mondo. E' la dimostrazione pulsante e vitale di come sia ancora possibile, in un periodo storico in cui tutto sembra già stato detto scritto e suonato, realizzare della musica orgogliosamente non convenzionale utilizzando linguaggi e procedure assolutamente convenzionali. E il paradosso (ma allo stesso tempo la conferma di quanto sopra) risiede nel fatto che l'unico brano a lasciare un lievissimo sentore di deja entendu sia proprio quello più legato al classico repertorio del fisarmonicismo jazzistico. D'altra parte, l'eccellenza e l'originalità dei prodotti di alto artigianato, in antitesi alla grande produzione industriale – e che si parli di vini o di jazz poco cambia – spiccano anche grazie all'imponderabile, al cosiddetto fattore sorpresa. Inoltre, l'aver scelto di interpretare la celebre composizione di Marcel Azzola serve a Di Modugno per rinsaldare e rivendicare il forte e inscindibile legame con la grande tradizione del suo strumento.

E poi, parliamoci chiaro: nessun bopper contemporaneo di stretta osservanza avrebbe saputo tirare fuori dal cappello un piccolo capolavoro come la versione di Bedouin qui presentata, che non sfigura certo a confronto con le ben quattro versioni che il suo compositore, il grande e misconosciuto Duke Pearson (coetaneo, tra l'altro, dello stesso Di Modugno) aveva sfornato alla metà degli anni '60: due a proprio nome, per la cronaca - una per piccolo gruppo e una per big band – una concepita per l'album definitivo di Grant Green, Idle Moments, e una a suggello del primo disco da leader di Bobby Hutcherson, rimasto inedito per decenni e solo di recente riemerso dagli archivi. In più, capolavoro nel capolavoro, Di Modugno appone alla "sua" Bedouin una breve introduzione per sola fisarmonica che a buon diritto si impone come uno dei risultati più alti raggiunti dal jazz italiano negli ultimi tempi. Si tratta di poco meno di due stupefacenti minuti di musica, tali però da giustificare un'intera carriera (e, credeteci, non stiamo esagerando). Noi, che alla favoletta della musica "descrittiva", a programma, abbiamo sempre creduto poco e punto, davanti a questo lampo di genio dobbiamo ammettere di avere, forse per la prima volta, vacillato. E l'unico paragone che ci è venuto in mente è con l'altrettanto visionario Makes Her Move, il misterioso frammento che Gil Evans aveva voluto inserire in There Comes a Time. Certo, a pensare che per raggiungere un risultato espressivo analogo a quello dei ventun membri dell'orchestra di Evans è bastato un gentile signore della provincia di Bari armato solo di una fisarmonica, verrebbe quasi da sorridere; però, come si diceva all'inizio, il jazz è ancora capace di riservare di queste piacevoli sorprese.

Sorprese che, invece, non riservano più i tre moschettieri della sezione ritmica: Vito Di Modugno, Sandro Gibellini e Massimo Manzi. Nel loro caso, si tratta invece dell'ennesima conferma. E siccome qualcuno potrebbe anche trovare eccessive e stucchevoli tutte queste lodi sperticate, non ci resta altro da fare che invitarlo ad ascoltare il CD (anzi, a riascoltarlo, più e più volte) cercando di isolare mentalmente il poderoso lavoro dei tre fenomeni in questione. Sappiamo bene che così non si fa, che un disco ben riuscito non è altro che il prodotto ben equilibrato di tutti i suoi ingredienti, ma poche volte come in questo caso il nostro consiglio ci pare doveroso. Anzi, potremmo spingerci fino al punto di suggerire a Sergio Veschi la realizzazione di una versione di questo disco per sola sezione ritmica, una sorta di Music Minus One a scopo didattico, con la quasi assoluta certezza di potergli garantire un congruo numero di acquirenti.

Hai finito? direte voi. No davvero. Restano ancora da segnalare alcuni particolari notevoli. Intanto, il formidabile piglio con cui Di Modugno senior affronta non tanto le ballads, nelle quali lascia libero sfogo al suo lato più suadente ma allo stesso tempo ben controllato - mai sdolcinato o sentimentale – quanto i blues: Work Song, Bags' Groove, lo splendido One More Once, un brano di Michel Camilo che meriterebbe di entrare nel repertorio corrente, e il Taylor's Coffee Blues di chiusura. Poi, la fugace comparsa, negli ultimi due brani citati, dell'eccellente tenorsassofonista Michele Carrabba, membro con Vito Di Modugno di un notevole gruppo come l'Equinox Trio, e dell'altrettanto disinvolto trombettista Vincenzo Deluci: due esponenti di spicco della bella scena jazzistica pugliese che meriterebbero una ben più ampia esposizione nazionale.

Ma uno dei non piccoli meriti del primo vero disco di jazz di Pino Di Modugno, in estrema sintesi, è l'aver dato una secca e definitiva smentita alla vecchia, sadica battuta di Mark Twain: "Un vero signore? E' colui che sa suonare la fisarmonica, ma si rifiuta di farlo in pubblico". Parafrasando lo stesso Twain, siamo felici di dire che queste voci sono clamorosamente esagerate.

PINO & VITO DI MODUGNO 

Una famiglia di musicisti

I Di Modugno, padre e due figli, sono una famiglia di musicisti professionisti. Pino, il padre, è un noto e stimato fisarmonicista. Il figlio Vito, diplomato in pianoforte, suona abitualmente il basso acustico e elettrico, strumento di cui è un virtuoso, e l´organo Hammond, giusta sintesi di piano, basso e tastiere. Nando, l´altro figlio, insegna chitarra classica al conservatorio Niccolò Piccinni di Bari e suona talvolta anche musica jazz con il sassofonista Roberto Ottaviano che sul sax soprano è uno dei migliori strumentisti in attività. La famiglia Di Modugno è ormai molto nota in ambito musicale in Italia e non solo e tutto ciò in un "paese normale" dovrebbe essere considerato un vanto e come tale andrebbe tutelato, ma così non è e purtroppo non possiamo farci niente. Possiamo, però, contribuire a farvene conoscere la storia che comincia con il capostipite Pino Di Modugno, fisarmonicista internazionalmente noto, ma a me ignoto fino a quando non c´ho praticamente sbattuto contro alla Fiera degli Strumenti Musicali di Rimini, meglio nota come Disma Music Show, alla fine degli anni 90, dove la Red Records aveva uno stand, proprio di fronte a quello dove il Di Modugno padre dimostrava gli strumenti di una nota fabbrica delle Marche e, ogni volta, che si esibiva attraeva frotte di strumentisti professionisti e dilettanti che lo ascoltavano e l´applaudivano entusiasti. Non potevo ignorare la cosa anche perché nel repertorio di Pino Di Modugno erano sovente inseriti almeno un paio di jazz standards, fra cui The Cat di Lalo Schifrin e portato al successo internazionale dal padre dell’organo Moderno Jimmy Smith, che catturavano la mia attenzione sia per l´abilità tecnica che per la sintassi e la freschezza con cui erano suonati. C´era non solo del virtuosismo ma anche e soprattutto un istintivo e immediato senso del blues e del jazz nonché feeling e swing da vendere. A completare il tutto un uomo, semplice dall´eterno sorriso e dall’entusiasmo di fanciullo,  amato, rispettato e riverito da colleghi e non, e come in seguito appresi, ciò che accadeva a Rimini davanti ai miei occhi si verificava anche alla analoga e ben più importante Fiera degli strumenti musicali di Francoforte, dove Pino Di Modugno si esibiva sempre in qualità di dimostratore.

Qualche anno dopo la conoscenza del padre, ricevetti una mail da parte del figlio, Vito Di Modugno, che mi chiedeva se fossi interessato a produrre un suo cd organ oriented con un trombettista americano di passaggio. Declinai la proposta ma nell’accertarmi se era il figlio di Pino, solo per pura cortesia gli chiesi con quale tipo  di formazione e repertorio avrebbe voluto fare la registrazione. Mi sottopose così una lista di brani a cui risposi sottolineandogli l´importanza di includere altri brani che avrebbero reso particolare la registrazione. Man mano procedeva l´esame della tracking list –cioè il repertorio del CD - cresceva in me l´interesse e la curiosità verso questa esperienza che sentivo come una sfida ed una occasione per fare qualcosa che mi sembrava avere un senso e una logica profonda molto attuale. D’altra parte ogni volta che si fa una session è un come sposarsi. Divorziare si può sempre ma diventa complicato ed oneroso perché si dedicano tempo, energie e soldi ad un´impresa che non si sa mai come poi finirà. Dopo un intenso scambio di mail si giunse quindi alla scelta pressoché definitiva di quello che è contenuto nel cd in questione e che spazia da classici a tutti noti, bellissimi brani di compositori poco conosciuti anche se  molto apprezzati da certi segmenti specializzati della jazz audience. Poiché il leader è un organista, in una session organ based strumentalmente e anche organ oriented compositivamente, si decise anche di accettare la sfida e confrontarsi con i maestri dello strumento che ne avevano fatto la letteratura, suonando alcuni dei loro brani più famosi ma riproponendoli e adattandoli all´epoca e mutandogli la veste sonora pur rispettandone il feeling ed il groove. Da qui Larry Young, il John Coltrane dell´Hammond B3, e Duke Pearson, pianista e compositore e A/R della mitica Blue Note di Alfred Lion a cui si debbono delle memorabili e storiche sessions, nonché Jimmy Smith proprio con The Cat. Nella scelta dei musicisti si approdò ai nomi di Fabrizio Bosso, Stefano D´Anna, Sandro Gibellini, Massimo Manzi nonché Di Modugno padre - che costituiscono uno spaccato dell´Italia Jazzistica dalla Lombardia alla Sicilia - ed anche la ricerca del titolo “Organ Grooves” venne spontanea proprio per indicare il senso estetico e musicale dell´operazione che è stata ulteriormente arricchita dal suggerimento di Pino di inserire un bellissimo brano, Les Grelots, dell´organista francese Eddy Louis, e da lui magnificamente interpretato con un melanconico e sublime “french touch”. Per questo il cd è praticamente unico nel suo genere in quanto vi si respirano atmosfere non solo americane ma anche europee, per esempio i brani di Larry Young, Duke Pearson hanno subito un arrangiamento mirato a mettere in luce particolarmente gli aspetti melodici e il blues feeling, tipico degli organisti, mentre in The Cat predomina l´aspetto funky jazz.

Organ Grooves ha avuto un successo inaspettato, ma non tanto fra critici e addetti ai lavori, quanto fra i musicisti e in quel sotteso mondo di fans dell´organo Hammond e di tastiere di vario tipo. Si è così abbondantemente ripagato i costi di produzione andando in ristampa numerose volte. Oggi, a diversi anni dalla sua uscita, non solo continua ad avere un suo mercato ma costituisce un classico del catalogo Red Records ed ha ampia circolazione sia in Italia che all´estero. Tutto ciò in genere non succede per caso ma solo quando una musica ha un motivo per esistere autentico e profondo e risponde ad una esigenza dell´audience reale.

Il passo successivo è stato quindi il primo CD interamente jazzistico di Pino Di Modugno che ha delegato al figlio Vito la messa a punto del line up -Sandro Gibellini alla chitarra, Vito all´organo, Massimo Manzi alla batteria, ed i fiati di Michele Carrabba al sax tenore e Vincenzo Deluci alla tromba in due brani - e di gran parte del repertorio che include prevalentemente jazz standards di Duke Pearson, Cannonball Adderly, Milton Jackson, alcuni classici del repertorio tipico degli accordeonisti nonché alcuni originals ed inizia con un brano di Bud Powell, Down With It, che è una vera dichiarazione d´intenti. Uno dei motivi non secondari che mi hanno spinto a produrre questo CD è stato non solo la stima nei confronti di Pino di Modugno ma anche il desiderio di far comprendere che esisteva un modo tipicamente jazzistico di suonare l´accordion che è oggettivamente uno strumento difficile in questo genere di musica. Sono molti coloro che oggi lo suonano dicendo di fare del jazz ma, a mio modo di vedere, in realtà fanno altro e per comprendere ciò basta solo mettere a confronto Pino Di Modugno, che per gran parte della sua vita ha suonato e continua a suonare altro per esigenze professionali,  con qualunque suo collega per accorgersi della differenza e dell´abisso che esiste fra lui e gli altri sia strumentalmente che jazzisticamente.

Considero questo un cd importante, di un vero maestro dello strumento che approccia con modestia, umiltà ma anche consapevolezza un repertorio sul quale ben pochi hanno osato avventurarsi uscendone vincitore. In essa brilla una perla di inusuale bellezza, l´introduzione in solitudine e totalmente improvvisata di 2 minuti e 16 secondi a Bedouin, il brano di Duke Pearson che da il titolo al disco e riprende un celebre disco della Blue Note in cui primeggiava, come uno dei solisti principali, il mitico Joe Henderson, che risponde a tutti i criteri universalmente noti della composizione istantanea e crea un climax stupefacente per intensità e modernità. Parlandone un giorno con il pianista siciliano Salvatore Bonafede ho scoperto di non essere il solo ad apprezzare Pino Di Modugno.  Salvatore lo stimava così tanto che aveva scritto delle musiche appositamente per lui contenute nel CD Paradoxa, dove Pino e Vito suonano in compagnia di Lorenzo Tucci e Pietro Ciancaglini ed il cui titolo dell´opera è, in qualche modo, una chiave di lettura del disco. Musica d´autore in cui jazz e altro confluiscono nel tipico e paradossale universo musicale di Salvatore Bonafede per il quale il termine “compositore” non è speso, come spesso succede, invano.

Anche il cd di Pino Di Modugno è stato un successo non solo dal punto di vista artistico ma anche da quello commerciale e questo a riprova che esiste un pubblico capace di ripagare gli sforzi produttivi soprattutto quando il prodotto è di eccellente livello tecnico e artistico. Attualmente è esaurito, come Organ Grooves, Organ Trio Plus Guests, Paradoxa ed è prevista, a breve, una ristampa di tutti questi CD per i quali continua ad esserci ancora mercato a testimonianza che se la musica è di qualità di solito sopravvive al tempo in cui è stata prodotta. All’epoca di Organ Grooves Vito era un bravissimo musicista localmente noto ma nel frattempo è ulteriormente cresciuto ed ha avuto modo di esibirsi parecchio anche in giro per l´Italia suonando con musicisti del calibro di Bobby Watson al festival di Trenzano in una memorabile session con Salvatore Tranchini e Pietro Condorelli e, con il suo gruppo, ai festival di La Spezia e Serravalle Outlet e numerosi altri in giro per l´Italia, al Blue Note di Milano e all´Alexanderplatz di Roma. Vanta anche una pregevole collaborazione con l´Orchestra Arturo Toscanini di Parma con la quale ha eseguito il concerto per organo dei Deep Purple composto da John Lord. Da un paio d´anni visita regolarmente gli Stati Uniti dove ha suonato e registrato con la sassofonista Carol Sudhalter a New York e il grande Jerry Bergonzi a Boston, che non disdegnerebbe, peraltro, di  registrare con lui. In jam session allo Smoke, si è confrontato con altri organisti, fra cui Mike Le Donne, ricevendone unanimi apprezzamenti e lodi, tanto che un manager specializzato nel giro degli organisti si è attivato per organizzare una prossima tournee nella East Coast.

Oggi Vito Di Modugno è uno strumentista e un musicista affascinante, nel pieno della sua maturità e può tranquillamente essere considerato un Top Organ Player worldwide. Chi scrive ritiene che abbia ben pochi rivali, anzi nessuno!!! Cd alla mano brano per brano, ci si può confrontare con chiunque e trarne le medesime conseguenze con la opportuna competenza e buonafede. Organ Trio è stato registrato nella stessa session di Organ Trio Plus Guests. A questo proposito trovo doveroso ricordare che Bobby Watson lo ha apprezzato molto e, da sassofonista, ha speso anche parole di grande elogio per Michele Carrabba. Come il precedente si avvale della collaborazione preziosa di Pietro Condorelli alla chitarra e Massimo Manzi alla batteria. Il repertorio ha però un taglio più attuale e spazia da grandi compositori del jazz moderno pescando in modo bilanciato nell´area Blue Note oriented degli anni 60 -McLean, Dorham, Shorter, Larry Young - a cui aggiunge temi più eterodossi di Ornette Coleman  e Jaco Pastorius  e la contemporaneità di Cedar Walton e Bobby Watson e un paio di originals. Lo spazio solistico è ripartito fra Vito Di Modugno e Pietro Condorelli come nei classici trii organ/guitar based di innumerevoli organisti fra cui spiccano i grandi classici di Jimmy Smith con Kenny Burrell o Wes Montgomery o altri e quelli di Larry Young con Grant Green. Se la formula è standard, ed è un banco di prova irrinunciabile per qualunque organista e/o chitarrista, non lo è il risultato  che si distingue sia per la scelta del repertorio che per la resa del gruppo e dei solisti che ci mettono del loro in termini di sonorità e fraseggio e capacità interpretative. All´approccio decisamente nero con uno spiccato senso del blues di Vito si contrappone, in un felice contrasto, la chitarra di Pietro Condorelli dal fraseggio più cool, sofisticato e leggero ma che sa essere pieno e invasivo, con sonorità molto updated, come in Broadway Blues.  Come capita spesso, per non dire quasi sempre, i temi sono dei veicoli per l´improvvisazione ossia lo spunto da cui partire, in cui quello che non c´è, ma spesso è sottinteso dalla natura del tema, ce lo deve mettere il solista per dare compiutezza e spessore alla musica. “Appointment in Milano” è qui reso in una dimensione più soft  e intima rispetto a quella dello stesso Watson che è più drammatica e atmosferica. In questo contesto molto si deve al groove di  Massimo Manzi che contribuisce alla propulsione dei solisti con un fraseggio moderno e spezzato, mentre un tocco a se è dato dalle sonorità nuove ed un pò acide del piano Fender Rhodes che ben si sposa sia con la chitarra che con l´organo,. Non esisteva a mia conoscenza una tipica session organ/guitar based di questo tipo fino ad ora nel mondo del jazz in cui tradizione e contemporaneità - la tradizione in movimento - si fondessero in modo così chiaro ed evidente e ad alto livello qualitativo strumentale e musicale. Credo che per chi è interessato a questi ambiti espressivi abbia più di un motivo per apprezzare questa musica che, per altro, è stata espressamente e più volte  richiesta dagli appassionati del genere ed in questo senso può quasi intendersi anche come un lavoro su commissione.

Buon ascolto!

Sergio Veschi, ottobre 2009

 



 

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