BALKAN PIANO

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MARKELIAN KAPEDANI, PIANO

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PER CONCERTI PIANO SOLO E TRIO:

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 Kapedani, quanti brividi con le magie balcaniche
Nelle note di copertina di questo Cd si legge che la presenza della musica balcanica nel grande alveo del jazz  è una rarità. Verissimo: e quindi è tanto più preziosa la scoperta del pianista Markelian Kapedaniche ho avuto la fortuna di ammirare in una esibizione dal vivo apprezzandone oltre alla preparazione formale l'originalità del linguaggio. In quell'occasione il produttore Sergio Veschi mi ha preannunciato il disco. Il jazz è già stato da quelle parti: si ricordino Blue Rondò A La Turk di Dave Brubeck e il favoloso Turkish Mambo di Lennie Tristanoma con Kapedani si assiste al processo inverso quanto mai interessante: sono le culture balcaniche che assimilano il jazz per diventare altre da ciò che sono. Ascoltare per credere.
 

di Franco Fayenz
Il GiornaleVenerdi 6 Giugno - pag. 38

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ONE OF THE SHAPES OF JAZZ TO COME

Il jazz è già arrivato là. Ma non è mai partito da là a questo livellThe Shape Of Jazz To Come intitolava  Ornette Coleman all'inizio degli anni 60 uno dei suoi dischi manifesto.
Oggi si potrebbe definire la musica di Kapedani  One of the Shapes Of Jazz To Come.
Brani come Caravan, Nardis, Black Nile, Punjab, Delilah, Medina, Sama Layuca, Blue Rondo A La Turk, Turkish Mambo, Bedouin etc. sono già da tempo parte della letteratura jazzistica. Alcuni famosissimi altri meno ma non per questo meno belli o meno importanti.
Già dagli anni 60 in Europa musicisti come Tete Montoliu, Pedro Iturralde, Claudio Lo Cascio, Dusko Gojkovic, Csaba Deseo e altri si sono ispirati a vari folclori dei loro paesi o del bacino del mediterraneo coniugando melos popolari di varia provenienza e il jazz ma nella sostanza erano e sono stati visti come delle cose esotiche e un po marginali.
Oggi invece con la musica di Markelian Kapedani si assite ad un processo inverso.
Ciò che era ed è ancora periferico diviene via via più centrale. Non è più il jazz che ingloba altre culture ma sono culture "altre" che inglobano il jazz per  evolversi e diventare altro da quello che sono. Quello che in alcuni composizioni di  Ellington, Evans, Davis, Randy Weston, Victor Young, Bobby Hutcherson, McCoy Tyner, Lennie Tristano, Dave Brubeck etc. erano delle aperture su culture limitrofe al jazz sono per Kapedani l'humus, il suo naturale background  su cui si innestano le tecniche e le metodologie improvvisative del jazz. In questo c'è un precedente illustre: Dollar Brand, oggi meglio conosciuto con il nome di Abdullah Ibrahim, che all'inizio degli anni 70 fece in qualche modo una operazione analoga con il suo celebre African Piano.
E' forse non inutile ricordare che quella musica comparve proprio con l'emigrazione di una folta rappresentanza di musicisti Sud Africani in Europa e a Londra in particolare sullo sfondo di una più vasta ondata migratoria di gente in fuga verso migliori condizioni di vita e di lavoro che dall'Africa si dirigeva in Europa e in particolare proprio verso l'Inghilterra e la Francia.
Markelian Kapedani viene dall'Albania del Nord, dalla zona di Skoder (Scutari).  Figlio d'arte, il padre è pianista, compositore, direttore d'orchestra e una sua composizione è inserita in questo album. Kapedani possiede un solidissimo background di studi pianistici e musicali classici e la sua musica è qui ispirata a varie musiche non solo della sua terra ma dell'area balkanica, mediorientale e mediterranea. Si va dalla Bulgaria alla Spagna del Flamenco, e quindi della musica Arabo Andalusa (parafrasando un'altra Sketch of Spain),  passando per varie forme, melos, metri dell'Albania, Grecia, Turchia, Egitto. Il risultato non è folclore ma musica che riflette come pochi i tempi che viviamo. Anche Kapedani, che da anni vive in Italia e Svizzera,  è un figlio dell'emigrazione massiccia che dai paesi dell'Est e del Nord Africa, e non solo, si riversa in Europa .
Di questa diaspora, Kapedani, è, a suo modo, un interprete profondo e sincero che ci porta in dono il suo mondo musicale che incrocia i Balkani con il Jazz,  sullo sfondo di varie culture che non si sommano ma si mescolano e danno vita ad una sintesi musicale che nasce da varie tradizioni per osmosi naturale e non per volontaristico, anche se nobile, atto di fede o ideologia, il che è lo stesso.
Nella sua inesorabile naturalezza e contemporaneità queste musiche assurgono già di primo acchito all'universale proprio perché non aspirano ad essere ma già sono la musica delle genti, che forse vorremmo ignorare o non vedere,  assieme a cui viviamo in un crogiuolo in cui timori e speranze si fondono in un comune quanto ormai inesorabile destino.

Sergio Veschi

 

MARKELIAN KAPEDANI - BALKAN PIANO

La presenza della musica balcanica nel grande alveo del jazz si può considerare, non a torto, un hapax (rarità). Pur non mancando eccezioni di musicisti, più o meno grandi, dell'est europeo che hanno fatto proprio il linguaggio jazzistico, il loro impegno non è stato sufficiente a far scaturire le opportune riflessioni sul celato ma esistente legame tra due mondi così diversi tra loro, uniti, tuttavia, da profonde radici comuni.
Ciò è accaduto invece all'interno della grande tradizione classica a partire dalle esperienze etnomusicali di Brahms, Lizst, Ravel, Bartòk e altri ancora. I mondi musicali dell'est sono entrati a pieno diritto nell'ambito del mondo della cultura occidentale. Molti elementi tipici delle musiche popolari, infatti, sono entrati in tale ambito colto attraverso un processo di assimilazione che ha avuto molteplici espressioni e veicolazioni (basti pensare, a titolo di esempio più noto, le Folk song di Berio). 
L'evoluzione cui assistiamo in questo disco è proprio l'espressione di un ricerca musicale mai intrapresa prima d'ora. Tale lavoro parte dalla convinzione che possa esistere un humus culturale cui attingono entrambi i mondi del jazz e della musica balcanica. Esistono, infatti, due dimensioni tipiche di entrambi gli universi: il ritmo e l'improvvisazione. Possiamo allora parlare di radice comune relativa a questi due mondi?
La natura coreutica della musica africana, che è elemento imprescindibile per cogliere l'orogenesi del fenomeno musicale jazz, è la stessa che anima lo spirito delle musiche balcaniche. Numerosi studiosi, inoltre, hanno colto la stessa matrice anche nel rapporto tra orchestra e ballroom del mondo americano degli anni Venti, così come nella pratica più antica del ring shout importata direttamente dall'Africa nelle grandi piantagioni americane. Tale pratica, schiettamente popolare, fa attingere la sua natura profonda a quella dimensione della vita comune, della festa, della gioia del vivere che si configura prettamente con la danza di tradizione popolare. Nelle musiche di Kapedani emerge in maniera chiaramente intelligibile la volontà di collegare, attraverso il suo pensiero, questa tradizione a quella del Jazz.
Perché allora un disco che programmaticamente prende il nome di Balkan Piano? Vale la pena sfatare immediatamente un equivoco: il lavoro di Kapedani non strizza l'occhio a quel clima musicale tanto di moda che va sotto diverse etichette e che, attingendo a quei bacini popular, in un sincretismo dal respiro corto, mischia ogni tradizione al punto di dare vita - traslando un noto assunto filosofico - ad una "notte musicale" in cui tutte le vacche sono nere. Al contrario. L'elemento popolare viene rivendicato e reso manifesto mostrando dei chiari confini e disvelando degli imprevedibili sentieri che possono nascere dall'incontro di terre diverse. Tale processo è esemplificativo nella scelta dei brani originali e non: il mondo albanese, punto di partenza perché paese d'origine di Kapedani, è presente in (Valle) Danza (track 2) in 12/8 con tale divisione metrica (2-2-3-2-3) frutto dell'incontro di due ritmiche: Padjushka in 5/8 e Rachenica in 7/8, due danze Bulgare. Il fatto interessante è che Kapedani, attraverso il suo personale modo di concepire la musica, riesca a trattare tali metriche avvicinandole ad un sentimento più occidentale, evidenziando fraseggi in ritmica binaria tipica dello swing, L'Albania è rievocata nella scelta di alcune canzoni della tradizione popolare come Fustanin Që Ta Solla Mbrëmë (track 7), una danza epirota (oggi Albania meridionale) in 3/4 o 6/8 in cui viene utilizzata il Tsamikos  una danza tipica di queste zone. Oppure Sa bukur na doli Nusja e Ballkan's Tumbao (track 8 e 9) di cui la prima è addirittura un canto tipico dei matrimoni dell' Albania settentrionale. La rivisitazione della tradizione basso-balcanica è presente anche nei brani originali, come testimoniato da Albanian Play Time (track 5) basato su intonazioni modali di pentatonica minore, tipica dell'Albania meridionale.
La citazione o l'utilizzo di musiche provenienti dall'area mediterraneo-balcanica, inoltre, rientra con una meticolosa precisione geografica: Balkan Blue (track 4) è un brano originale basato sul Tempo di Laz, una ritmica Medio Orientale, (si presume provenga dalle aree del Mar Nero) la cui struttura in 7/8 (suddivisa in  2-2-3) è costituita  dalla pulsazione a rovescio del Kalamatiano. Nelle aree Balcaniche Slave questa ritmica si identifica con il ballo di Rachenica che di solito viene trascritta in 7/16.  Addirittura con Kalamatiano, (track 6) anch'esso brano originale, Kapedani fa uso della danza Kalamantios cioè un "Sirtos" (danza popolare di origine Greca) che ha luogo presso i territori del Peloponneso, ed era già stata usata nell' antichità da Omero: nell' Iliade vengono descritti dei riti con l'accompagnamento di danze kalamatianos. La danza Ormos degli Spartani, inoltre, aveva lo stesso metro, vale a dire 7/8 (3-2-2). La rievocazione è presente anche in A kan ujë atò burime (track 13), danza  Karsilamas di origine popolare Bizantina, che viene eseguita tuttora  nelle terre dei Balcani e del Medio Oriente (dalla Persia alla Serbia, dalla Macedonia alle regioni di Tracia e Grecia). Anche in questo caso il metro è dispari ed è strutturato in 9/8 (2-2-2-3). Nell'attingere a quest'area Kapedani cita anche il mondo spagnolo con il brano originale Por Pablo (track 12) (Flamenco) basato sulla danza del Flamenco Sevigliano (Sevillanos) tipica dell'area Andalusa di tradizione musicale Moresca costruita su di una struttura pulsante di 6 battiti.  In questo disco, non solo la Spagna ma anche il mondo musicale di Napoli è presente con Malfuf Rhythm Swing (track 12). Il Malfuf, danza in ritmo binario proveniente dall' Egitto e diffuso attorno all'area del Mediterraneo, nella città partenopea, infatti, viene chiamata "Rumba Napoletana".
Due brani invece, Doli Dielli Doli Hëna (Spunta Il Sole, Spunta La Luna) e Lule Borë (Ortensia) (track 3 e 11), sono rispettivamente di Gjon Kapidani (padre dell'autore) e di Simon Gjoni.                                     
Se questo è il terreno cui attinge il mondo musicale di Kapedani è necessario mettere in luce come i due universi - Jazz e musica balcanica - distantissimi tra loro, pur trovando nell'elemento ritmico e in quello improvvisativo una archetipica comunanza, vengano filtrati e congiunti, con una sorta di "anello mancante", legato alla percezione e all'espressione del tempo, e alla ritmica delle musiche del centroamerica, con particolare riguardo a quella cubana.
In diversi punti, infatti, emergono trattamenti di bassi incentrati su anticipi particolari sul Tumbao  del latin jazz cubano, oppure configurazioni ritmiche che corrispondono ad alcune tessiture metriche del mondo balcanico.
Ed è in questo spirito di sintesi, molto rispettoso di ogni elemento, che emerge il lavoro di Kapedani. A differenza di musicisti legati alle proprie tradizioni popolari che dal jazz, magari successivamente, sono "tornati a casa", con Kapedani si assiste al processo inverso: pur frequentando fin dagli anni di gioventù la musica jazz (come testimoniano gli ampi squarci improvvisativi) il punto di partenza delle sue composizioni è il radicamento nella tradizione balcanica con una apertura al mondo del jazz attraverso la frequentazione del mondo latino.
Kapedani, a volo d'uccello, riesce ad abbracciare questi mondi con un rispetto reverenziale: in alcuni momenti possono improvvisamente spuntare elementi dello stride piano, citazioni swing, e l'ascoltatore viene accompagnato per mano in un mondo che ha i sapori e i profumi della quotidianità balcanica e mediterranea con le sue gioie e i suoi dolori. Da un battere di pugni e piedi intorno ad un tavolo innaffiato di vino, si viene afferrati in una danza, ora dolce, ora frenetica.
E' una musica che respira. L'ascoltatore si trova di fronte ad un utilizzo del tempo mai compassato, sempre vitale: il pianoforte nelle mani di Kapedani è uno strumento che respira a seconda delle emozioni che può offrire la vita. Una straordinaria capacità tecnica e una profonda sapienza compositiva, affinata attraverso anni di studi musicali classici, stupisce l'ascoltatore trascinandolo in un mondo musicale di stratificazioni, poliritmie e continue suggestioni.

Michael Alberga/Musica Jazz, Musica Oggi


Benché vi prevalga una concezione del jazz indissolubilmente legata alla grande tradizione moderna della musica afro-americana, non è raro rintracciare nell’ampio catalogo della Red Records produzioni “anomale”, che estendono il raggio d’azione della storica etichetta milanese. Si pensi, per esempio, al sudamericano Mani Padme Trio, al quale si affianca ora il pianista albanese Markelian Kapedani, l’ultima scoperta di Sergio Veschi, motore della Red Records.

Discendente da una antichissima famiglia gentilizia, Markelian Kapedani è stato uno dei musicisti più popolari del suo Paese, prima del trasferimento in Italia. Al pianoforte si è avvicinato all’età di quattro anni, sotto l’amorevole guida del padre Gjom, pianista, compositore e direttore d’orchestra. Finiti gli studi, Kapedani ha iniziato una rapida carriera esibendosi di frequente alla Radio e alla TV albanese: nel luglio del 1992, con il suo quartetto The Song of Jazz, ha tenuto il primo concerto pubblico di jazz in Albania. Arrivato in Italia, indotto dall’instabilità politica che ha segnato la storia albanese dopo la caduta del regime comunista, Kapedani ha ricominciato da capo, ricercando nuovi stimoli, ma portando con sé tutto il bagaglio musicale con il quale è cresciuto. In questo senso “Balkan Piano” è una sorta di manifesto della sua arte. Un’arte nella quale confluiscono forti profumi folklorici, una profonda conoscenza del linguaggio jazzistico, elementi colti e popolari. Il tutto amalgamato con sapiente dosaggio degli ingredienti.

Osserva Sergio Veschi nelle note di copertina di  “Balkan Piano”: “Kapedani possiede un solidissimo background di studi pianistici e musicali classici e la sua musica è qui ispirata a varie musiche non solo della sua terra ma dell'area balcanica, mediorientale e mediterranea. Si va dalla Bulgaria alla Spagna del Flamenco, passando per varie forme, melos, metri dell'Albania, Grecia, Turchia, Egitto. Il risultato non è folclore ma musica che riflette come poche i tempi che viviamo. Anche Kapedani è un figlio dell'emigrazione massiccia che dai paesi dell'Est e del Nord Africa, e non solo, si riversa in Europa. Di questa diaspora è, a suo modo, un interprete profondo e sincero che ci porta in dono il suo mondo musicale che incrocia i Balcani con il jazz,  sullo sfondo di varie culture che non si sommano ma si mescolano e danno vita ad una sintesi musicale che nasce da varie tradizioni per osmosi naturale e non per volontaristico, anche se nobile, atto di fede o ideologia. Nella sua inesorabile naturalezza e contemporaneità queste musiche assurgono già di primo acchito all'universale proprio perché non aspirano ad essere ma già sono la musica delle genti, che forse vorremmo ignorare o non vedere,  assieme a cui viviamo in un crogiolo in cui timori e speranze si fondono in un comune quanto ormai inesorabile destino”.

Roberto Valentino

 

 

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