Saul Rubin
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Saul è un musicista completo, una persona che è consapevole dei valori degli altri e una persona gentile in questo senso. È tutto ciò che potrei chiedere a un compagno di band
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Sonny Rollins
«The Zebtet, immerso, infatti, in una limpida e fresca atmosfera mainstream, regala emozioni tutt’altro che a buon mercato. Il primo esempio che viene alla mente è quello della prima traccia, l’incantevole Lotus Blossom di Billy Strayhorn, che riporta alla mente una delle incisioni più commoventi della storia del jazz: il disco di Duke Ellington inciso subito dopo la morte del suo fedele collaboratore (And His Mother Called Him Bill). Duke eseguì due volte il brano in quella session. La prima con Harry Carney, la seconda da solo mentre l’orchestra riponeva gli strumenti. La lettura che Saul Rubin dà di quella mesta melodia non sfigura minimamente, in termini poetici ed emotivi, nel confronto con quel modello tanto ingombrante. Le tracce successive confermano le impressioni ricavate dalla prima. Il quintetto si muove benissimo, con una sobrietà che non esclude per niente abbandoni lirici, con uno swing sempre coinvolgente, con una semplicità espressiva che non si può mai, nemmeno epidermicamente, scambiare per superficialità o mancanza di idee originali. È intenso eppure anche molto piacevole, comunicativo. Notevoli le riletture di Milestone e di Aisha, vecchio hit di McCoy Tyner. Rubin dimostra tuttavia di essere anche un compositore interessante nei sei brani a suo nome, soprattutto in quelli in tempo lento. Impeccabili tutti i suoi partners. The Zebtet non annoia mai, tiene sempre desta l’attenzione di chi ascolta, non ha un attimo di cedimento. Non crea linguaggi nuovi, ovviamente, ma vivifica quelli “tradizionali”. È un disco pieno di freschezza, di poesia jazz. Tanto basta a mettere da parte, almeno per una volta, le discussioni».
Marco Buttafuoco, Jazzconvention