Michele Polga
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“Doors” contiene tutti gli elementi che rendono moderno un disco di jazz: conoscenza della tradizione, voglia di esplorare, chimica, interplay, da parte di uno dei più brillanti sassofonisti italiani.
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Nicola Gaeta
Michele Polga è un sassofonista apprezzato ormai da tempo in tutto il milieu jazzistico peninsulare abituato a confrontarsi con musicisti di alto profilo (un nome per tutti quello di Enrico Pieranunzi) i cui riferimenti stilistici e compositivi pescano nei grandi tenoristi del passato: quando gliel’ho chiesto mi ha fatto in particolare i nomi di Joe Henderson e di Wayne Shorter. Come ogni artista con la A maiuscola non incide molto, il suo ultimo disco da leader risale a circa dieci anni fa e, in questa avventura, è accompagnato da tre autentici fuoriclasse: Alessandro Lanzoni al pianoforte, Gabriele Evangelista al contrabbasso e Bernardo Guerra alla batteria. Sono alcuni dei musicisti che stanno dando lustro al jazz peninsulare in questi anni. E “Doors” contiene tutti gli elementi che rendono moderno un disco di jazz: la conoscenza della tradizione, la voglia di esplorare, l’affiatamento, l’interplay, e una sacrosanta e condivisibile voglia di prendere le distanze da una consuetudine, tutta italiana, di abbarbicarsi a uno sperimentalismo ormai datato e desueto. E i componenti di questo quartetto, con il loro modo di suonare, lo testimoniano. Ci sono due tipi di musicisti: quelli che parlano e si promuovono e quelli che suonano. Questi suonano.
Nicola Gaeta


