Larry Nocella
Ciò che mi colpì di Nocella fu la sua, per così dire, “terribilità”; mi sembrava terribile per un insieme di cose che me lo rendevano anche, in certo senso, minaccioso: la sua statura grande, i suoi capelli e la barba che sembravano incolti, il suo sguardo penetrante e non necessariamente amichevole. Nel momento, però, in cui iniziava a suonare il suo sassofono, tutto ciò sembrava sparire. Il suono del suo tenore era uno dei suoni più belli che avessi sentito e la sua pronuncia e senso del jazz erano assai convincenti.
Claudio Fasoli
Ci sono musicisti europei che “parlano senza accento quella lingua internazionale che è il jazz” (lo dico parafrasando un’espressione del critico ginevrino Demétre Joakimidis). Fra questi musicisti, immersi fin dall’inizio in tempo reale nel flusso storico del jazz, certamente c’è stato Larry Nocella.
Franco D’Andrea
Jam Session, Capolinea, fine degli anni 70.
Larry allora suonava alla Coltrane fine anni ’50 ma già con stilemi, pronunce e sonorità assolutamente personali. Cercai di star dietro a Larry seguendo i suoi scambi, le armonizzazioni dei temi, i collettivi e alla fine della serata gli chiesi, sorridendo, se a Milano suonavano tutti così. Quella sera avevo incontrato nella miglior maniera uno dei migliori sassofonisti che abbia mai conosciuto.
Tino Tracanna

