Francesco Zampini

Lo slow tempo è – non sfugge a nessun appassionato di jazz – la curva a gomito più insidiosa di questo linguaggio, pericolosamente tremulo nel bilico tra il cuore e la noia e, invero, con più storie di naufragi che di successi. È quella la sfida, che sempre più s’evita in nome di funambolismi incantatori, da cui pare la nobilitate del musicista: nelle ballads non c’è margine di riparare ad errori, incertezze, interruzioni del flusso narrativo ed è la sfida che Zampini vince a mano bassa, portando i beat del metronomo a 50, la soglia a rischio della bradicardia in medicina, facendo scintillare dopo l’intro di guitar solo un tema modale largo, sussurrato a range dinamici tra il piano e il pianissimo.

Paolo Romano