Art Pepper

Art Pepper

Bevendo un caffè, le avevo raccontato che Art Pepper gemesse in un modo meraviglioso. Quel gemito non era dovuto a un errore del musicista, era la preziosa espressione del suo stato spirituale; sì, quella volta avevo parlato di “espressione del suo stato spirituale”. Murakami Haruki

Da Ichininsho tansu – First Person Singular – Prima persona singolare
Originally published by Bungeishunju Ltd, Tokyo
Copyright 2021 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino, traduzione di Antonietta Pastore

L’ultimo tour europeo di Pepper iniziò il 18 maggio 1981 e fu fittissimo di date, diciotto solo nel primo mese nel nord Europa. Pepper «era concentrato», ricorda Laurie. «Amavo andare in tour con Art. Lui non faceva altro che suonare. Non aveva il tempo e le energie per comportarsi male. Per lui ogni concerto era importante».
Con l’arrivo dell’estate il tour toccò anche l’Italia. Il quartetto era stato modificato e aveva assunto il suo aspetto definitivo con George Cables, che Pepper aveva soprannominato “Mr. Beautiful” per il suo modo di suonare il pianoforte, David Williams al contrabbasso e Carl Burnett alla batteria.
Tra le varie tappe in programma, quella di Genova prevedeva un concerto nell’ambito della rassegna Estate Jazz giunta alla sua quarta edizione. La sede designata per l’esibizione del quartetto era la Villa Imperiale, una prestigiosa residenza rinascimentale situata nella parte orientale del centro storico, nel quartiere di San Fruttuoso. L’edificio, impreziosito da uno splendido giardino a terrazze, era stato inaugurato nel lontano 1502 ospitando re Luigi XII di Francia e il suo nutrito seguito. 
Secondo le testimonianze di chi era presente, la sera del 6 luglio 1981 Pepper appariva stanco, provato fisicamente. Era questa l’impressione che spesso il sassofonista dava a chi aveva di fronte a sé, almeno sino a quando non iniziava a suonare. Allora tutto veniva dimenticato. Da quell’esile figura sul palcoscenico si sprigionava, inaspettato, un fortissimo flusso di energia. La musica era animata da una straordinaria vitalità e da una gioia capace di far passare in secondo piano le ferite inferte da una vita difficile. Attraverso la musica Pepper stabiliva una fortissima connessione emotiva con il pubblico. «La genialità di Art Pepper non era sotto il suo controllo», dichiarò Laurie. «Era come una combinazione chimica in laboratorio; la sua orribile infanzia e il suo incredibile dono musicale, con il suo desiderio di comunicare, sono cose che fece con grande successo… Per Art non c’era nulla di meglio che essere sul palcoscenico. Viveva per questo. In tour era spettacolare e riusciva sempre a trasmettere qualcosa, non importa cosa fosse».

Il concerto di Genova testimonia una volta di più quanto Pepper suonasse bene nell’ultimo periodo della sua vita, forse meglio di quanto avesse mai fatto.

Marco Giorgi